Oggi possiamo uscire di casa con uno smartphone in tasca e tornare con centinaia di fotografie perfettamente esposte, nitide, geolocalizzate e già pronte per essere condivise.
Oppure possiamo caricare un rullino da 36 pose in una macchina fotografica di quarant’anni fa e non sapere se abbiamo combinato qualcosa di buono fino a quando non sarà sviluppato.
Detta così, la seconda possibilità sembra decisamente la meno intelligente, eppure c’è ancora parecchia gente che continua a farlo.
La fotografia analogica non è scomparsa con l’arrivo del digitale. Ha attraversato anni difficili, questo sì, ma oggi pellicole come Kodak Portra, Ektar, Tri-X, Ilford HP5 e Delta continuano a finire dentro fotocamere che spesso hanno il doppio degli anni di chi le utilizza.
La cosa interessante è che non succede soltanto tra fotografi nostalgici. Molti hanno scoperto la pellicola quando il digitale era già la normalità. Forse perché, dopo aver eliminato quasi tutti i limiti della fotografia, ci siamo accorti che alcuni di quei limiti evidenziavano la differenza tra chi fa fotografia e chi scatta foto.
Trentasei possibilità
La prima differenza si scopre molto velocemente. Con una fotocamera digitale posso fare cinque, dieci, venti fotografie della stessa scena. Posso cambiare leggermente l’inquadratura, controllare il display, correggere l’esposizione e riprovare.
Con un rullino cominci a fare i conti. Sono alla posa 17. Ne rimangono diciannove e con il medio formato la situazione diventa ancora più drastica: dodici fotografie e il rullo è finito.
Non significa che improvvisamente ogni fotografia diventi meditata e straordinaria. Si possono sprecare tranquillamente dodici pose anche con una Hasselblad. Però qualcosa cambia, si guarda più a lungo dentro il mirino. Si aspetta. A volte si abbassa la macchina perché, semplicemente, quella fotografia non vale uno scatto.
Nella street photography questa limitazione diventa particolarmente evidente. Non puoi affidarti sempre alla raffica sperando che uno dei fotogrammi contenga il gesto giusto. Devi provare a capire cosa sta per succedere. Naturalmente puoi sbagliare, e quanto spesso accade dipende soprattutto dalla tua esperienza. Ma anche questo fa parte del gioco.
Il display che non c’è
Una delle abitudini più difficili da perdere passando dal digitale alla pellicola è probabilmente quella di guardare il retro della macchina dopo lo scatto ma dietro non c’è niente da guardare. All’inizio è quasi comico: scatti e per una frazione di secondo il cervello si aspetta una conferma che non arriverà.
L’esposizione era giusta? Ho messo a fuoco davvero sugli occhi? Quella persona è entrata completamente nell’inquadratura? Chi può dirlo, lo scoprirai dopo.
Questa mancanza di controllo immediato può sembrare soltanto uno svantaggio. In parte lo è. Ma ha anche un effetto interessante: dopo aver scattato, la fotografia è finita, non puoi più correggerla e soprattutto è inutile continuare a pensarci. Semplicemente torni a concentrarti su quello che hai davanti.
Poi arriva il rullino sviluppato
Questa rimane probabilmente una delle parti più emozionanti. Passano alcuni giorni e nel frattempo hai quasi dimenticato certe fotografie. Poi arrivano le scansioni dal laboratorio oppure tiri fuori il negativo dalla tank e finalmente scopri cosa c’era davvero dentro quel rullino.
Qualche fotografia è esattamente come la ricordavi, qualcuna è peggiore e ogni tanto ce n’è una che non ricordavi nemmeno di aver fatto ed è proprio quella che preferisci.
Con il digitale questa distanza temporale praticamente non esiste più. Vediamo l’immagine un secondo dopo averla prodotta e spesso cominciamo immediatamente a giudicarla.
La pellicola obbliga invece a separare il momento dello scatto da quello della selezione.
Non rende automaticamente fotografi migliori. Però cambia il rapporto con le proprie immagini.
E sì, la pellicola ha un aspetto diverso
Qui è facile finire nella religione analogica, quindi conviene essere chiari.
Oggi si può simulare molto bene l’aspetto di una pellicola. Capture One, Lightroom, le simulazioni Fujifilm e una quantità sterminata di preset permettono di ottenere risultati eccellenti. In certi casi distinguere una buona simulazione da una scansione non è affatto semplice.
Ma fotografare direttamente su pellicola rimane un processo differente: la grana non viene applicata dopo, fa parte dell’immagine, cambia con l’emulsione, l’esposizione, lo sviluppo, la scansione e il formato del negativo.
Una Ilford HP5 Plus sviluppata energicamente può mostrare una grana evidente e un carattere piuttosto ruvido. Una Delta 100 può restituire un’immagine molto più fine e controllata. Una Kodak Ektar reagisce al colore in maniera diversa da una Portra e, inutile dirlo, il risultato non è sempre piacevole.
Questa è una cosa che spesso viene dimenticata quando si parla romanticamente di analogico. La pellicola può avere colori orribili, dominanti fastidiose, grana eccessiva e alte luci o ombre gestite male. Una scansione mediocre può massacrare un ottimo negativo.
Non esiste nessuna magia automatica nascosta dentro un rullino.
Quando però esposizione, luce, pellicola e sviluppo si combinano bene, il risultato ha un carattere difficile da ignorare.
Il piacere della macchina fotografica
C’è poi una ragione molto meno filosofica per cui fotografare a pellicola continua a piacere.
Le vecchie macchine fotografiche sono tremendamente belle da usare.
Una Olympus OM-1, una Nikon FM, una Pentax MX o molte altre reflex di quell’epoca sono oggetti relativamente semplici. Una ghiera per i tempi, una per il diaframma, la messa a fuoco manuale e una leva per avanzare la pellicola. Fine.
Non ci sono cinquanta pagine di menu. Non bisogna scegliere il tipo di autofocus, configurare pulsanti personalizzati o chiedersi quale modalità di riconoscimento del soggetto utilizzare. Metti a fuoco. Esponi. Scatti.
È tecnologia, naturalmente. Solo che la tecnologia rimane quasi completamente fuori dai piedi. E quando si utilizza una macchina completamente meccanica c’è qualcosa di ancora più curioso: può continuare a fotografare senza batteria. La pila, quando presente, serve magari soltanto all’esposimetro e in un oggetto costruito quarant’anni fa non è una caratteristica da poco.
Il negativo cambia le cose
Sviluppare personalmente un rullino aggiunge un altro pezzo all’esperienza. Il bianco e nero, soprattutto, è sorprendentemente accessibile. Non serve una camera oscura per sviluppare il negativo: basta caricare la pellicola nella tank al buio e il resto del processo può essere fatto normalmente alla luce.
La prima volta che si apre la tank dopo il fissaggio e si vede che sul negativo ci sono davvero delle immagini è difficile non provare una certa soddisfazione e anche dopo diversi rullini rimane quel piccolo momento di verifica.
Le immagini ci sono davvero.
Poi naturalmente bisogna lavare il negativo, farlo asciugare senza riempirlo di polvere, tagliarlo, archiviarlo e digitalizzarlo. Ed è precisamente in questa fase che il romanticismo dell’analogico può incontrare violentemente la realtà.
Polvere. Impronte. Pelucchi. Negativi incurvati. La fotografia analogica sa essere meravigliosamente poco pratica.
Non costa poco
Vale la pena dirlo chiaramente perché spesso viene sorvolato: fotografare a pellicola oggi è costoso.
Un rullino, lo sviluppo e una buona scansione possono trasformare 36 fotografie in una piccola spesa. Se si fotografa molto, i costi diventano rapidamente importanti.
Sviluppare in casa permette di risparmiare qualcosa, soprattutto con il bianco e nero, ma richiede tempo e attrezzatura. Digitalizzare personalmente i negativi può migliorare ulteriormente il controllo e ridurre i costi nel lungo periodo, ma significa costruirsi un altro piccolo workflow.
Da questo punto di vista il digitale vince senza discussioni. Dopo aver comprato la fotocamera, fare altre cento fotografie costa praticamente zero.
La pellicola ti presenta il conto ogni volta che premi il pulsante e forse anche per questo quel pulsante si preme diversamente.
Da dove partire
Per provare non serve inseguire immediatamente Leica, Hasselblad o altre macchine diventate oggetti da collezione.
Una reflex 35 mm funzionante con un 50 mm è più che sufficiente.
Meglio spendere qualcosa in più per una macchina controllata e realmente funzionante piuttosto che comprare l’affare del secolo e scoprire dopo il primo rullino che l’otturatore non lavora correttamente o che le guarnizioni lasciano entrare luce.
Per il bianco e nero una Ilford HP5 Plus 400 è difficile da sconsigliare. Ha una buona tolleranza agli errori, si presta a molti sviluppatori ed è abbastanza versatile da essere utilizzata in situazioni molto diverse.
Poi si può sperimentare.
Pellicole più lente, emulsioni a grana fine, medio formato, diapositiva, sviluppo casalingo, scansione con fotocamera digitale, stampa in camera oscura.
È un buco nero piuttosto efficace per far sparire tempo e denaro, ma è anche parte del divertimento.
Quindi perché farlo nel 2026?
Non perché la pellicola faccia fotografie migliori, infatti una moderna fotocamera digitale è più veloce, più prevedibile, più versatile e infinitamente più economica per ogni fotografia prodotta. Se devo portare a casa un risultato con certezza, il digitale è quasi sempre la scelta più razionale.
Ma la pellicola offre qualcos’altro: ti obbliga a rallentare. Toglie il controllo immediato, introduce dei limiti. Trasforma ogni fotografia in qualcosa che prima viene immaginato, poi registrato e soltanto molto più tardi visto davvero.
Alla fine rimane un negativo, quella striscia di materiale trasparente sulla quale la luce di quel preciso istante ha lasciato fisicamente una traccia.
Non abbiamo più bisogno di fotografare così, ed è proprio questo, forse, il motivo migliore per continuare a farlo.